Marketing, outsourcing, giornalismo, sicurezza, formazione. Il percorso di Pier Angelo Cantù si potrebbe riassumere in queste parole. Ma non solo

Pier Angelo Cantù
Una carriera iniziata con l’unione di due passioni apparentemente distanti tra loro. E un’idea di comunicazione che ha fatto un pezzo di storia del settore. Oggi Pier Angelo Cantù porta avanti l’evoluzione 2.0 di quell’idea con Rental Network
MC: Raccontaci dove e come tutto ha avuto inizio.
Pier Angelo Cantù: A volte me lo chiedo anch’io! Ho iniziato a lavorare molto presto, mentre facevo ancora l’università, in una banca perché purtroppo in quegli anni mio padre si era ammalato e dovevo aiutare la mia famiglia. Questa carriera è durata 20 anni, ma ho sempre cercato di evitare i classici lavori bancari: mi proposero di studiare marketing, e accettai. Poi mi proposero di diventare formatore e per ultimo di studiare l’outsourcing. Quest’ultimo mi ha appassionato talmente tanto da pormi davanti a un bivio, il primo: all’epoca già scrivevo per alcune riviste di Tecniche Nuove di marketing, di management e la passione per l’outsourcing mi ha spinto a mettere insieme le due cose e a proporre a Tecniche Nuove una rivista sul noleggio. L’idea è piaciuta e così mi sono dedicato a tempo pieno al giornalismo, dedicandomi al noleggio per sette anni. Dopodiché sono tornato a fare consulenza, fondando Rental Network. Il mio secondo cliente è stato IPAF, che mi ha introdotto nel settore del sollevamento, aiutando Gerhard Hillebrand a fare marketing. Da allora non ho più smesso, diventando uno specialista nel marketing del sollevamento. Quindi più che di carriera la mia storia è un percorso, in cui la passione per il giornalismo è stata fondamentale, perché se non fosse stato per quello non sarei mai uscito dalla banca, non avrei mai proposto una rivista e oggi non esisterebbe Rental Network.
MC: Ma non c’è stata solo la passione per l’outsourcing e il marketing, vero?
Pier Angelo Cantù: Si, è vero. Ho scoperto l’amore per la musica molto presto e per potermi comperare il primo stereo andavo a pulire i rulli di una tipografia a 14 anni. Ai tempi ero anche abbastanza cicciottello e goffo, così per fare colpo sulle ragazze, ho imparato a suonare la chitarra. Il resto è venuto dopo, in maniera naturale. La passione mi ha fatto diventare anche un giornalista di musica, arrivando a intervistare gli artisti che mi piacevano. Quindi la musica e la passione per lo scrivere forse hanno guidato più di altre cose il mio percorso. Purtroppo le riviste di musica con cui collaboravo hanno poi chiuso, quindi io mi sono dedicato 100% al marketing e outsourcing nel sollevamento.
MC: Ma la musica rimane un hobby? In assoluto il tuo artista preferito?
Pier Angelo Cantù: Si, nella sala riunioni del mio ufficio conservo tutti i dischi della mia collezione e alle pareti ci sono ritratti dei miei artisti preferiti, dipinti che ho commissionato personalmente. Adoro i Beatles e Neil Young.
MC: Torniamo al sollevamento. Vent’anni. Cosa è cambiato? Cosa ritieni che siano state le tendenze che più hanno trasformato il settore?
Pier Angelo Cantù: Se parliamo del settore del sollevamento, sicuramente la consapevolezza dei rischi che si corrono quando si utilizzano queste macchine. Gli incidenti succedono ancora, ma c’è più consapevolezza. Da una parte tra gli OEM, dall’altra tra gli utilizzatori. Le macchine per il sollevamento sono al contempo pericolose e sicure: molti incidenti capitano perché sono utilizzate male. Una cosa che ha inciso molto e su cui IPAF ha lavorato parecchio è l’obbligatorietà della formazione, quindi dei patentini, che hanno diffuso, bene o male, l’idea che queste macchine che vanno in altezza non possono essere guidate da chiunque.
MC: Quindi una presa di coscienza del valore della sicurezza che poi deriva dal valore della vita. Si può parlare quindi di una tendenza a dare più dignità ai lavoratori in Italia. Altre tendenze?
Pier Angelo Cantù: Sia il sollevamento che il noleggio hanno la possibilità di avere a disposizione molti dati, numeri raccolti telematicamente oppure attraverso delle analisi. Grazie alla digitalizzazione è aumentata la consapevolezza che le scelte si fanno guardando i numeri, una tendenza che sta portando a un livello ancora più alto sia il sollevamento che il noleggio che, pur non essendo settori ancora industrializzati, stanno cercando una loro collocazione all’interno del panorama economico. Quindi un’altra tendenza è sicuramente la digitalizzazione che sta aiutando molto lo sviluppo del noleggio moderno. Quando sono arrivate nel mercato nazionale, le multinazionali hanno portato questa capacità di crescere attraverso i numeri e qualche noleggiatore italiano è riuscito a fare altrettanto. Investire sapendo su che cosa si investe, ovviamente anche in sicurezza e qualità.
MC: E come vedi il futuro del sollevamento e del noleggio?
Pier Angelo Cantù: Sicuramente la digitalizzazione continuerà a persistere a livello globale, di società, di economia. Quindi arriveranno i big data, però più nello specifico nei due settori, come è emerso anche dal Rental Business Forum dedicato alla governance, in futuro analisi dei dati e uso dell’intelligenza artificiale saranno sempre più utilizzati per governare le aziende. Viviamo in un contesto in cui c’è molta volatilità, non è più possibile fare piani quinquennali di sviluppo e quindi bisogna avere la capacità di orientarsi, di lavorare in maniera interdipendente, di capire come cambiano gli scenari. Questo riesce meglio, sia nel sollevamento che nel noleggio, se le aziende hanno una grammatica comune per definire questi numeri. E quindi, per esempio, nel noleggio l’intelligenza artificiale sta portando alla definizione di canoni che non sono fissi, ma sono come quelli di Ryanair, modulati a seconda dei momenti, delle richieste. Tutto questo adesso si può fare. Il secondo fattore decisivo del futuro secondo me è la capacità di saper attrarre nuove generazioni. Sono settori che sono percepiti ancora come officina, olio, grasso, per cambiare devono diventare affascinanti per i meccatronici, per chi lavora con il camice e analizza i dati. Non è ancora così, purtroppo non riusciamo a trasmettere questa particolarità. Il noleggio è un lavoro moderno ma viene percepito in maniera distorta.
MC: La comunicazione nella risoluzione di queste problematiche che ruolo avrà?
Pier Angelo Cantù: La comunicazione ha un compito delicato. Ovviamente coinvolge chi se ne occupa direttamente, quindi gli editori in senso classico. Però col fatto che tutti oggi sono editori, è un’attività che coinvolge tutti. Comunicare vuol dire mettere in comune, fondamentalmente. Già questo dà l’idea: mettere in comune quello che si fa, mettere insieme teste che la pensano in maniera diversa o che hanno interessi diversi. Noi che facciamo comunicazione di professione, dobbiamo essere capaci di fornire informazioni oggettive ma anche chiavi di lettura. Ad esempio il tema del dumping ha bisogno di essere spiegato tecnicamente ma anche nei suoi riflessi. Le aziende, chi viene solitamente intervistato, chi manda comunicati stampa o banalmente anche chi pubblica delle immagini sul sollevamento, dovrebbero smettere di considerare la comunicazione come una sorta di autocompiacimento. Il giornalista, anche in questo settore, deve avere la dignità di mettere in difficoltà l’intervistato, entro certi limiti, perché magari ci sono cose che anche se scomode, vanno affrontate e discusse. Quindi la comunicazione deve influire sul modo di fare mercato.
MC: Per fare questo oggi mancano regole comuni.
Pier Angelo Cantù: Mancano le regole, ma manca anche l’abitudine. Se tu pensi ai social, un social come LinkedIn, è come il mercato di Marrakesh. Tutti parlano e si crea questo chiasso che nessuno ascolta. E tutti valutano le cosiddette vanity metrics. Come dire, ho mille follower e il mio post ha creato 100 interazioni. Perfetto, ma alla fine di tutto questo, quali sono i risultati reali? Cioè, in che modo io ho contribuito a migliorare il settore, la percezione della sicurezza, per esempio, o della qualità? Il compito di chi ha un portale o una rivista è passato da un sistema dei primi anni 2000 di grande influenza, con riviste che proliferavano, a un momento in cui le riviste sono sparite. E quindi sono sparite le redazioni, sono spariti i collaboratori, le riviste sono diventate una sorta di collettori di comunicati stampa. A me piace invece quando ci si trova insieme e si discute seriamente su qual è il nostro compito, perché la mediazione, che è compito nostro, è sempre importante e sarà sempre valorizzata. Ogni rivista deve avere il suo tono di voce, deve avere la sua peculiarità, il suo stile. Per esempio, leggo gli editoriali di Macchine Cantieri. Anche se a volte non li condivido, non posso essere indifferente, perché dentro c’è un pensiero, a volte magari estremizzato in maniera polemica, però crea discussione. Io trovo che questo genere di comunicazione provoca comunque degli equilibri diversi. La finalità è quello di scrivere delle cose, diciamo, dirompenti, un po’ contraddittorie. Solo questo riesce ad appassionare anche chi legge. Se uno impiega dieci minuti del suo tempo per leggere un articolo, alla fine dell’articolo deve dire, “beh, non non ho buttato via il mio tempo”, no?
MC: Qual’è e sarà il ruolo delle associazioni e della formazione?
Pier Angelo Cantù: Sulla formazione con me sfondi una porta aperta perché è una delle attività che faccio. In generale, sia la formazione tecnica che quella sulle attitudini personali deve incidere sulla modifica dei comportamenti. Se faccio una formazione per prendere il patentino, il senso non è il patentino, il senso è salire e scendere ogni giorno da una macchina sapendo i rischi che si corrono. Idem, se faccio formazione per dirigere una filiale, devo sapere come dialogare con i colleghi e con i clienti, quindi deve essere una formazione esperienziale, e non fino a se stessa. Le associazioni, secondo me, hanno un ruolo molto delicato. Io l’ho vissuto in IPAF. È un ruolo delicato, non sempre i soci di un’associazione traggono benefici solo dai servizi erogati direttamente dalle associazioni stesse, ma se queste sanno creare mercati con maggiori regole e trasparenza. Noi l’abbiamo visto in Italia con la creazione dei patentini. IPAF ha collaborato con i ministeri per anni per la scrittura di come si fa la formazione e di chi debbano essere i soggetti. Quindi l’associazione deve contribuire a creare un mercato sano. E in generale le associazioni dovrebbero superare i propri campanilismi e fare iniziare a lavorare insieme, a mettere insieme i numeri, ad andare dalle istituzioni e chiedere per esempio maggiori controlli. Quindi, se le associazioni cominciassero a dialogare insieme, secondo me ci guadagneremmo tutti.

